30 dicembre 2018 - S. FAMIGLIA
1Samuele 1,20-22.24-28 / 1Giovanni 3,1-2.21-24 / Luca 2,41-52
I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino (Lc 2,16)
“La grande luce” appare al popolo che cammina nelle tenebre. “Un bambino è nato per noi. Ci è stato dato un figlio”. Gerusalemme che attende la salvezza è l’umanità a cui Dio, per grazia, dona il Salvatore. La salvezza è Gesù. Con la sua nascita la condizione dell’uomo è rovesciata: egli è cercato, amato e santificato. La salvezza è misericordia, amore che si effonde. Essa raggiunge l’uomo, non è frutto di conquista. Davanti all’azione di Dio, alla sua parola che illumina e alla sua presenza nella storia, il credente non è uno che resta fermo al suo posto. E allora come i pastori, anche noi ci mettiamo per strada, senza indugio: andiamo, ascoltiamo, vediamo e troviamo. Anche noi siamo chiamati ad essere docili alle sollecitazioni dello Spirito Santo, ad abbandonarci nella fiducia e nell’amore.
Quali segni oggi ci indicano la presenza di Gesù? Dove “troviamo” la sua bontà fatta carne per salvarci? Nell’Eucaristia prima di tutto, ma anche nella povertà felice, nel nascondimento, nella quotidianità di una vita umile, nelle cose non appariscenti, che non fanno rumore, nel nostro prossimo, nella Parola che Dio ci rivolge, nella Chiesa, nel nostro cuore, nelle sofferenze che ogni giorno incontriamo. “Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”, una famiglia come infinite altre. Eppure unica. I pastori vanno perché avevano ascoltato. La parola udita si fa subito azione: andare senza indugio, vedere, riferire. L’ascolto della grande notizia sospinge ad una ricerca, ad una comunicazione che iniziano subito. Sia così anche per noi, il Natale: un trovare Maria, Giuseppe e il Bambino. E anche noi racconteremo.
Dopo tre giorni trovarono Gesù nel tempio (Lc 2,46)
Al centro dell’ultimo brano del “vangelo dell’infanzia” si trova Gesù in mezzo ai maestri, mentre li ascolta e li interroga. Egli è presentato dall’evangelista come un modello di saggezza per la comunità cristiana tutta. Però vediamo anche che Gesù impara dal Padre e dai suoi genitori, nelle due case, presentate dal brano evangelico odierno: il tempio e la casa di Nazareth. Il tempio era il luogo di Dio per eccellenza. Certo, Gesù ci ha insegnato che ogni “luogo di vita” è “luogo di Dio”. Ma oggi Gesù lo troviamo nel tempio.
Possiamo chiederci: cosa ha imparato Gesù nella “casa del Padre suo”? Innanzitutto vive l’obbedienza filiale passando attraverso le diverse “stanze” della pedagogia divina. La prima “stanza” è rappresentata dalla “mensa del perdono”, dalla quale potrà uscire preparato per invocare sulla croce “Padre, perdonali”. Gesù imparerà qui l’arte di essere amico dei pubblicani e dei peccatori e medico dei malati. La “seconda stanza” può essere chiamata il “tesoro della misericordia”, scrigno che custodisce tutte le attenzioni di Dio verso i poveri, i deboli, gli oppressi e i piccoli. Una “terza stanza” coincide con il mondo intero che sarà la “strada della missione”, di un apostolato che non conosce il freno del legame parentale e la chiusura della porta di casa. Un’altra “stanza” sarà il luogo del “rotolo delle Scritture”, dove è raccontato l’infinito amore di Dio per il suo popolo sotto il segno della promessa e della fedeltà.
Anche le case abitate dalle nostre famiglie, sull’esempio della santa Famiglia, possono diventare luogo di perdono, di misericordia, di scoperta della propria missione, della Parola vissuta che illumina il cammino quotidiano.
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