2 dicembre 2018 – 1a domenica di Avvento
Geremia 33,14-16 / 1Tessalonicesi 3,12 - 4,2 / Luca 21,25-28.34-36

La vostra liberazione è vicina (Lc 21,28)

 

Il periodo liturgico dell’Avvento sottolinea, tra le altre, una dimensione molto importante della vita cristiana: quella che riguarda le realtà ultime. È un invito a volgere lo sguardo al futuro, come tempo della realizzazione piena dell’incontro con Dio. Questa si fonda sulla certezza che il futuro del mondo appartiene a Cristo e al suo Regno di giustizia e di pace (vangelo). In questo senso vanno anche le promesse fatte da Dio alle attese umane (1a lettura). Si tratta del compimento della salvezza, dono gratuito di Dio, che chiama in causa anche la stretta collaborazione dell’uomo (2a lettura).
La Chiesa ha sempre visto in Gesù l’adempimento delle profezie dei profeti: nella liturgia odierna, in particolare, quelle di Geremia (1a lettura). Il vangelo presenta Gesù che viene “su una nube con grande potenza e gloria” (v 27) alla conclusione delle vicende del mondo attuale (vv 25-26); viene come giudice universale. Egli inaugura l’ordine nuovo annunciato dal profeta. L’uomo è liberato da ogni forma di schiavitù, dalla paura collegata alla fragilità e alla precarietà della vita. L’uomo liberato non è più curvo, fermo, immobile, ma si rialza in piedi, si muove e riprende il cammino. L’effetto della liberazione sarà una relazione rinnovata con Dio e con il prossimo. Dio sarà a tutti gli effetti riconosciuto e amato come Padre, il prossimo diventerà il fratello col quale camminare.
La parola di Dio ci offre liberazione: ci libera dalla magia, dal sogno di soluzioni immediate, che ci esonerano dalla fatica e dalla responsabilità, per vivere la vigilanza (attenti alle presenze del Signore e dei fratelli), la fedeltà e la perseveranza.

SONO LIBERO DI AMARE

I primi sintomi li avevo sottovalutati. Abbassamento del tono vocale, mal di schiena, difficoltà a deglutire, perdita dell’equilibrio, cadute accidentali, rottura del setto nasale. Poi, il 13 giugno 2016, a Bologna mi è stata diagnosticata la SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica. Poche parole del medico e una scarna lettera con un codice. Perché proprio a me? Per giorni mi sono tornati alla mente le parole di Paolo di Tarso: “Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati…” Rileggendo per l’ennesima volta quella sigla, ho pensato: SLA, ovvero “Sono Libero di Amare”. Quando i muscoli non rispondono, l’olfatto non percepisce più il profumo, il tatto è inesistente, il gusto ti ha abbandonato, posso sempre amare. Se trasformi il dolore in un dono d’amore, la vita ti sorriderà. L’uomo non è fatto per la sconfitta.
F. S. – Italia

 

 

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